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Cacciatori bresciani: povere vittime!

Grido d'allarme dei cacciatori della più grande associazione venatoria bresciana, la Federazione della Caccia. «Meno soci e poco supporto» il grido di dolore dal gerontocomio calibro 12. Politici irriconoscenti, aree protette e la negazione del sacrosanto diritto ad ammazzare fringuelli fanno soffrire i teneri cuori dei cacciatori bresciani che si ritrovano ad essere sempre meno e sempre più vecchi. A noi non può che fare piacere (29/05/11)

È proprio un momentaccio. Il bilancio presentato ieri nell'assemblea di Federcaccia parla di un calo costante nel numero di tesserati, scesi di mille unità in un anno, e di un trend nazionale inesorabile che, secondo il presidente Marco Bruni, «annuncia un ulteriore tracollo per l'anno prossimo».

Le cause? Secondo Bruni sono da ricondurre all'incerto clima legislativo regionale e nazionale, così come al calo dei giovani interessati, basti pensare che sui 15.500 soci della provincia, 2.500 sono over 70.

Un situazione che ha ridotto le entrate, tanto che la federazione medita di accedere al 5 per mille per fare cassa. Ovviamente se questa attività trogloditica ha poco appeal sui giovani, non è perchè c'è di meglio da fare e sarebbe ora di chiuderla definitivamente, ma è tutta colpa dei politici.

I cacciatori denunciano: «Abbiamo subito un voltafaccia e assistito a un imbarazzante silenzio a Palazzo Madama come al Pirellone - ha denunciato Bruni -; non c'è stato nemmeno un parlamentare bresciano che abbia levato una voce per far valere i nostri diritti». I “diritti” a cui si fa riferimento sono quelli di poter violare impunemente le leggi, una pratica estremamente diffusa nel mondo venatorio bresciano sia col placet dei politici – attraverso le deroghe illegittime puntualmente sanzionate – sia senza, col bracconaggio diffuso che caratterizza la provincia.

Le accuse più pesanti, in generale, sono rivolte al ministro Brambilla che, secondo Bruni, è convinta che «per salvare il turismo in Italia basti chiudere la caccia». La minaccia più grossa per i cacciatori è una proposta di modifica di legge che prevede che i proprietari di un fondo possano impedire l'esercizio della caccia al suo interno, cosa finora impossibile.

Oltre a ciò, il progetto sollecita un'ulteriore variazione che aumenterebbe il raddoppio delle distanze che il cacciatore deve rispettare per sparare nella vicinanza di immobili o vie di comunicazione. Perché preoccuparsi della sicurezza pubblica dei cittadini se questo va a discapito degli importantissimi interessi dei cacciatori, che mai levano la loro voce a tutela di un territorio naturale sempre più martoriato da strade, fabbriche, case, infrastrutture e centri commerciali.

Il problema per loro sono sempre e solo le aree protette frutto, secondo Bruni, di «una sciocca convinzione che ritiene che l'ambiente si tuteli solo a suon di divieti».

Altro grattacapo sembra essere il decreto legislativo in vigore dal prossimo primo luglio che, nonostante non introduca particolari veti per i titolari di porto d'armi da caccia o sportive, potrebbe essere complicato dalla profilata decisione del ministro dell'Interno di adottare nuovi requisiti di idoneità psico-fisica con, ciliegina sulla torta, una possibile revisione straordinaria delle licenze già rilasciate. Anche qui non basta la cronaca giornaliera di incidenti e morti ammazzati per l'uso e la detenzione troppo superficiale delle armi, trattate troppo spesso dai cacciatori bresciani nello stesso modo in cui un tennista tiene la propria racchetta.

La grande delusione per gli ammazza fringuelli bresciani è stata la mancata approvazione del decreto sulla caccia in deroga, palesemente illegittimo, censurato a qualsiasi livello, ma ritenuto dai bresciani un loro imprescindibile diritto. «Credo che sia stato già detto tutto - ribadiscono i federati -: era troppo pensare che i nostri parlamentari europei facessero valere le proprie voci?». Non capiscono che è un problema di legittimità, non di voce.

A nulla sembra essere servito il sollecito al parlamento del consiglio regionale del 15 marzo scorso per facilitare le Regioni ad adottare i provvedimenti attuativi. «Il progetto - ha rimarcato Bruni - è un modo pilatesco di affrontare il problema per scaricare la patata bollente su altri».«Intanto - affonda Bruni - nel vicino Veneto i gruppi di Pdl e Lega hanno presentato due progetti di legge per il prelievo in deroga. Probabilmente vi è qualche dissapore fra i due perché i progetti sono identici, ma quel che conta è che là si muove qualcosa». Si muove contro le leggi nazionali ed europee, ma si muove.

Bruni sa che attendersi una presa di posizione è utopia: «Giugno è alle porte e urgono soluzioni. Sarà una legge, sarà una delibera della giunta? Oppure non se ne farà nulla come l'anno scorso per paura delle procedure di infrazione comunitarie?». Il tapino non ha capito che il prossimo passaggio per la violazione delle norme comunitarie sono le sanzioni economiche da centinaia di milioni di euro che tutti gli italiani dovranno pagare per permettere a quattro facinosori ammazzapasseri di sfogarsi disintegrando a fucilate dei pennuti da qualche grammo.

L'elenco delle recriminazioni dei cacciatori, abituati a lamentarsi sempre, comunque e per tutto è lungo: la legge da rivedere sui roccoli, la mancata revisione della legge regionale sulla caccia, una diversa classificazione delle cosiddette Zps (zone a protezione speciale). «Quest'ultima appare paradossale - ha ribadito Bruni - e ha finito per creare problemi anche alle popolazioni che abitano in quelle aree, impedendone lo sviluppo».  Lo scempio del territorio, altro che lo sviluppo, ma nella “civiltà” del tondino di ferro della doppietta queste sottigliezze passano inosservate.

Non si sono ancora resi conto che è l'evoluzione a lasciarli indietro con le loro clave.

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