Bookmark and Share

Vacche al posto dei leoni?

Un interessantissimo reportage su Repubblica rilancia l'allarme. In poco più di trent'anni il Masai Mara ha perso oltre due terzi della sua fauna selvatica mentre crescono i capi di bestiame dei pastori del 1.100%. La difficilissima convivenza dei poveri con la fauna selvatica, quando la lotta si fa per la sopravvivenza e a perdere sono sempre gli stessi: gli animali (25/07/11)

Leopardo, leone, elefante, bufalo e rinoceronte: i mitici Big Five, i trofei più pericolosi e per questo più ambiti dai cacciatori bianchi in un'Africa che non esiste (quasi) più. Almeno in Kenya, dove la caccia è bandita dal 1979. Ora si investe sul turismo e i ricchi biqnchi non sono più dei patetici Hemingway ma degli accaniti conservazionisti. Ma la fama dei Big Five sopravvive e il loro avvistamento è sempre il preferito per le straordinarie emozioni che riescono a suscitare.

Specie i più rari, come il rinoceronte, minacciatissimo dai bracconieri che ne rivendono a caro prezzo il corno dalle presunte virtù afrodisiache, e il leopardo, per natura straordinariamente elusivo. La pianura dei Masai, che va perdendosi a sud in direzione della Tanzania in un susseguirsi infinito di verdi colline, è una delle grandi meraviglie del mondo. La sua fauna selvatica non cessa di attrarre visitatori. Ma questo paradiso della biodiversità, dicono gli scienziati, oggi non è soltanto minacciato: è a rischio di estinzione.

Non c'è soltanto l'allarme lanciato da uno studio dell'università dell'Oregon apparso sull'ultimo numero della rivista Science, secondo il quale il numero dei grandi predatori è ovunque in declino. La vera sorpresa è venuta dal Journal of Zoology, che ha pubblicato di recente una ricerca dell'università tedesca di Hohenheim capeggiata da un ricercatore keniano, il dottor Joseph Ogutu.

In trent'anni o poco più, dice in sostanza la ricerca, il Masai Mara ha perso oltre due terzi della sua fauna. Impala, giraffe, antilopi africane (Alcelaphus buselaphus cokei), facoceri, zebre sono diminuite del 70 per cento. La grande migrazione annuale degli gnu dalle piane tanzaniane del Serengeti è crollata anch'essa di quasi due terzi.

E la popolazione di gnu residente nel Mara, secondo il Journal of Zoology, sarebbe addirittura quasi estinta, ridotta a un misero 3 per cento di quanto era una volta. Non tutte le specie stano subendo questa sorte, dice il dottor Ogutu: gli struzzi, per misteriose ragioni, non se la passano male; e nemmeno le gazzelle di Grant e il mitologico Eland (Taurotragus oryx). Ma i veri vincitori di questa battaglia sono altri animali, assai più banali e domestici: le mandrie dei Masai, i cui capi, in trent'anni, sono aumentati nell'area protetta del Mara di oltre il 1.100 per cento.

E' la pressione dei bovini sui pascoli a costituire la vera minaccia, restringendo inesorabilmente l'habitat della fauna selvatica e condannandola al declino, specie in periodi di forte difficoltà come quelli dovuti alle siccità micidiali degli anni passati.

Cent'anni fa, qui non c'erano umani e i primi cacciatori bianchi cominciavano appena a scoprire questo immenso miracolo della natura. Oggi il Mara è punteggiato di lodge, alcuni molto esclusivi, e soprattutto circondato da villaggi Masai. Come in tutta l'Africa, come in tutto il Kenya, anche quaggiù la popolazione continua ad aumentare e con essa le greggi di pecore e capre e le mandrie di manzi dei Masai, che prima o poi finiranno al macello di Nairobi e sulle tavole della sua crescente classe media.

E' l'"influenza umana", dicono i ricercatori dell'università Hohenheim di Stoccarda, la causa fondamentale della contrazione della popolazione animale. I bracconieri, l'uso della terra, la pressione del bestiame sui pascoli. Marc Goss, capo dei ranger della Mara North Conservancy, è d'accordo solo in parte.

Sì, la fatica quotidiana dei suoi trenta uomini è respingere i mandriani, invitarli a non invadere le distese d'erba che secondo gli accordi spettano agli ungulati selvaggi e non a mucche e vitelli. Sì, i bracconieri arrestati in flagrante e consegnati alla polizia di Narok, il capoluogo, non restano in carcere più di quindici giorni. Poi escono e ricominciano.

Ma non crede ai numeri della ricerca. Pensa che i dati odierni siano affidabili, ma non quelli del '77. Soprattutto è cambiato il territorio, quella che il rapporto chiama "regione del Mara": "Di certo in trent'anni una parte del Mara è stata occupata dagli uomini e abbandonata dalle bestie selvagge. Ma in altre, forse più piccole ma ben protette, il numero degli animali è in aumento". Osservazione interessante ma che solleva due dubbi. Il primo é che chi lavora nel settore del turismo non ha alcun interesse a denunciare alcune declino di animali, che porterebbe anche a un declino di turisti.

In secondo luogo, l'aumento della concentrazione in alcune aree non é affatto rassicurante, ma esattamente il contrario: gli animali si concentrano infatti in spazi sempre più ridotti, in territori in cui la portanza é per definzione ridotta e i rischi crescono proporzionalmente.

Intorno alla grande National Reserve istituita giusto mezzo secolo fa sono andate sorgendo negli ultimi anni vaste riserve private, le conservancies, ideate dagli operatori turistici. L'idea è collaborare con i Masai, convincendoli che l'ambientalismo può rendere più dell'allevamento e della pastorizia messi insieme. Migliaia di ettari vengono presi in affitto ai Masai e gestiti dalle conservancies. La formula sta dando ottimi frutti per tutti. Forse è la strada.

Anche gli anziani Masai dico no che non è vero che ci siano meno animali selvaggi nel Mara. Appoggiato al suo bastone il vecchio Ole Naimadu, magrissimo settantenne, precisa: "Dipende dalle specie". Licaoni non ce ne sono più; i rinoceronti sono pochissimi. Ma zebre, elefanti, gnu stanno benone. "E i leoni", aggiunge il suo amico Ole Ketere, di vent'anni più giovane, "Sono più di prima e vengono a cacciare le nostre mucche". Per i capi perduti la conservancy paga un indennizzo. Un buon motivo per spiegare il "tutto va bene" dei Masai che non vogliono certo assumersi responsabilità in merito a questo declino ma non perdono occasione per sottolineare le vere o presunte perdite da indennizzare.

Chi sbarca nel Mara con la fotocopia del Journal of Zoology nella valigia non crede a quello che ha letto. Decine di ippopotami affrontano il caldo sbuffando nelle basse acque del fiume. Antilopi e gazzelle di ogni specie  - i minuscoli dik-dik, le elegantissime impala, damalischi, eland, gazzelle di Thomson e di Grant -  muovono a interi branchi. Gruppi di giraffe, famiglie di elefanti brucano una vegetazione verdeggiante. Appartati ma non invisibili, i leoni si accoppiano ruggendo o dormono sfiniti dalle fatiche amorose o dai pasti.

Se dopo tali perdite lo spettacolo é ancora mozzafiato, cosa doveva riservare questo ambiente qualche decina di anni fa, o un secolo fa,quando la mano dell'uomo no  aveva ancora iniziato a costargli cosi' cara?

Commenti

Tutela Fauna Copyright & Disclaimer