In Turchia, nella provincia sud-occidentale di Mugla, ci siamo imbattuti in una storia che intreccia di sviluppo turistico e sostenibilità. La splendida spiaggia di Iztuzu avrebbe oggi un aspetto completamente diverso se non fosse stato per la battaglia combattuta da June Haimoff, nota nella zona come "Kaptan June", il "capitano June". "Ero la skipper di una barca con cui stavamo attraversando il Mediterraneo", racconta l'89enne di origine inglese, recentemente insignita dell'onoreficenza di Membro dell'Impero Britannico, circondata dai suoi nove gatti e sette cani. "Inutile dire che una donna-skipper non l'avevano mai vista da queste parti, così da quando sono sbarcata in Turchia il nomignolo non mi ha più lasciata".
E lei non se ne è più andata. Sono passati più di 30 anni: cosa è successo?
"La bellezza di questi posti mi colpì immediatamente. Gente amichevole e bellezza incontaminata. Qualcosa di diverso".
E poi arrivò l'incontro con le testuggini marine.
"Durante la navigazione avevo visto qualche testa affiorare, qualche sagoma sott'acqua, ma potevano essere anche solo degli scogli. Alcuni anni dopo il mio arrivo a Dalyan mi trasferii a Iztuzu, in una capanna. Mi dissero che le tartarughe nidificavano su quella spiaggia, volevo vederle. E in una notte di maggio ne vidi una, una vera. Mi sdraiai sulla sabbia nell'oscurità e la osservai. Preparare il suo nido. Deporre le uova. E coprirlo, spianando la sabbia, in modo che nessuno potesse sospettare cosa nascondeva. Poi sparì nel mare. Fu un momento toccante. C'era qualcosa di ancestrale, in questa devozione alla propria missione e alla propria specie".
La battaglia per preservare la spiaggia quando è iniziata?
"Col tempo avevo imparato un po' di turco e sentivo parlare di progetti di sviluppo. Di alberghi, di una strada che avrebbe fiancheggiato la spiaggia. Conoscevo l'ecologia quanto bastava per capire che si trattava di una pessima idea. Vidi facce nuove passeggiare lungo la spiaggia, non è che capitassero così tante persone da queste parti, così ci andai a parlare. Negarono qualsiasi progetto, mi rassicurarono che nessuno avrebbe toccato niente. Ma alla fine del 1986 ci cacciarono dalla spiaggia e ordinarono la demolizione di tutte le capanne. Era il primo passo".
E poi?
"Intanto portai in salvo la mia capanna. Poi continuai a raccogliere firme, avevo iniziato nel 1984, ai primi sentori. Attivai i miei contatti. In Svizzera, dove avevo vissuto, riuscii a contattare il direttore del Wwf. Gli chiesi supporto, ma non soldi, non avevo ancora capito che i soldi potevano anche essere usati per proteggere l'ambiente. Pensavo fosse solo una questione politica. La voce cominciò a spandersi".
Ha mai perso le speranze?
"Sì. Un giorno vidi un gran banchetto con camerieri in livrea, proprio sulla spiaggia. Mi dissi: è finita".
Per fortuna si sbagliava.
"Entrai in contatto con diverse persone che si rivelarono fondamentali. Keith Corbett, portavoce inglese al Consiglio Europeo per le questioni ambientali, venne a sapere di Dalyan, mi rintracciò e presentò la storia a Strasburgo. Mi introdusse anche ad una ambientalista turca ed alla oramai mia instancabile alleata Lili Venizelos, che stava già battagliando a Zacinto per preservare alcune spiagge. Poi andai ad Ankara, incontrai il portavoce del primo ministro che si interessò alla questione. Mi ricevettero al ministero dei Beni Forestali, ma non a quello del Turismo, avevano capito la situazione".
Quando è che si fermarono i lavori? Fu una telefonata "dall'alto" a bloccare tutto?
"So che questa telefonata arrivò. Nel 1988, ad agosto. Tuttavia non fu un evento preciso a provocarla, fu l'insieme di tutte le iniziative e delle pressioni dai vari fronti a fare la differenza. L'attenzione dei media giocò un ruolo fondamentale. Dalyan improvvisamente iniziò ad esistere sulla mappa".
A che punto erano i lavori?
"Avevano già iniziato con le fondamenta. E noi le abbiamo utilizzate per costruirci il centro di riabilitazione per le testuggini".
Ora la Caretta Caretta è il simbolo di Dalyan.
"Sì ma dobbiamo stare attenti. E' un bene che la tutela ambientale porti delle opportunità di sviluppo, ma le tartarughe non possono diventare solo una risorsa. Dobbiamo imparare a conviverci e rispettarle, non a sfruttarle. Organizzano escursioni per guardarle mentre si accoppiano a largo. Dcine di barche che si ammucchiano e turisti che sbraitano, spesso le interrompono. Mi sembra perverso. Andrebbero lasciate in pace a far quel che devono. A volte temo che non sia possibile fare andar d'accordo ambiente e turismo. L'ultima novità sono i tour per andare a nutrirle con i granchi reali, che stanno scomparendo da questa zona. E le tartarughe si stanno abituando a risalire nel fiume per mangiare gli avanzi di ristorante. Gli comincia a piacere il pollo. Non è normale".
Un aneddoto.
"Poco tempo fa abbiamo liberato Isabella. Negli anni 70, ancora piccola, vicino a Mersin (in Turchia sud-orientale, 700 km da Dalyan) fu catturata da Custeau..."
Mi scusi, intende Jacques Custeau?
"Sì. Probabilmente per studiarla, ma poi non sapeva cosa farci e la lasciò in un acquario a Francoforte. In una vasca. Dopo più o meno 25 anni cominciò a mostrare segni di maturità sessuale e la trasferirono a Napoli dove c'è un centro di riabilitazione. Lì confermarono che sarebbe stata in grado di deporre uova e dopo un paio di anni gli scienziati decisero di portarla qua in Turchia. L'abbiamo liberata, una ragazza italiana ha nuotato accanto a lei per portarla a largo. Me la ricordo ancora, stava benissimo in bikini. La ragazza, non la tartaruga".
Sapete che fine ha fatto?
"Le avevano messo una ricetrasmittente, dopo due giorni si trovava a 100 km a Est da qua e dopo un mese era nella zona di Mersin, dove Custeau l'aveva catturata. Dopo 30 anni spesi in una vasca aveva ritrovato le sue acque. Spero vivamente che abbia trovato un bell'esemplare maschio e che sia andata a deporre le uova sulla spiaggia in cui è nata".
A proposito ha mai visto i piccoli arrivare al mare?
"No. L'ho visto in televisione e mi basta. Abbiamo combattuto tanto perché nessuno avesse accesso alla spiaggia tra le 8 di sera e le 8 di mattina..."
Dopo tutti questi anni di esperienze in queste battaglie, che idea si è fatta Kaptan June? C'è speranza, riusciremo a salvaguardare il nostro pianeta?
"L'educazione e la coscienza dei problemi ambientali stanno aumentando. Anche grazie ad internet e all'accessibilità delle informazioni. E ormai quasi tutti hanno visto almeno un paio di foto sulla deforestazione in Amazzonia. Certo, dove c'è povertà le persone proveranno sempre ad accaparrarsi più risorse possibile, ma alla fine dei conti sono i ricchi quelli che inquinano e che potrebbero fare la differenza".
Lei la sua battaglia l'ha vinta, che effetto fa?
"Piacevole. Ma ci sono ancora troppe spiagge da salvare, anche a pochi chilometri da qua".