La zona era piena di antilopi, zebre, facoceri e altri erbivori che consentivano la sopravvivenza di due grandi branchi di leoni. A questa abbondanza locale si aggiungeva periodicamente la manna della grande migrazione dalla Tanzania degli gnu. Una prima minaccia a questo straordinario fenomeno naturale è costituita dal progetto del governo della Tanzania di tagliare con una autostrada la via di migrazione seguita dalle immense mandrie di gnu. Un progetto che rischia di sconvolgere i ritmi di vita e gli equilibri millenari di una delle più straordinarie regioni del pianeta.
Il milione e mezzo tra gnu, zebre e gazzelle che ogni estate emigra dal Serengeti National Park in Tanzania al Masai Mara in Kenya, assai più verde e quindi ricco di cibo, costituisce una delle più spettacolari migrazioni che avvengono al mondo e un elemento indispensabile alla sopravvivenza dei predatori della regione.
Ma a partire dall'inizio degli anni '90, le popolazioni di gnu, giraffe, zebre e facoceri residenti sono diminuiti dell'80% e nel settembre 2007 una sola leonessa è stata vista all'Olare Orok River . Nella primavera del 2009, il branco di leoni di Musiara Marsh è stato costretto ad abbandonare l'area protetta del Masai Mara per cercare prede all'esterno. Questo ha portato ad inevitabili conflitti con le popolazioni locali e alla morte di diversi leoni per mano dei Masai.
La ragione per questo drammatico declino nelle popolazioni animali vanno ricercate nel crescente utilizzo della terra disponibile per usi agricoli. I Masai hanno vissuto per secoli come pastori nomadi coesistendo con le popolazioni di animali selvatici e, nonostante singoli conflitti la loro pressione non ha mai costituito un problema alla sopravvivenza dei grandi predatori. Ma il piano del governo di trasformarli in popolazioni sedentarie, sempre dedite all'allevamento, ha iniziato a cambiare le cose.
Sino a quando i Masai sono rimasti allevatori organizzati nei cosiddetti “Group Ranches” la loro influenza negativa sulla fauna selvatica è stata limitata, ma quando è intervenuta la Banca Mondiale promuovendo la coltivazione di grano nelle aree adiacenti la riserva di Masai Mara, la situazione è precipitata. Benché le popolazioni del Kenya settentrionale vivano nell'assoluta indigenza e dipendano dagli aiuti internazionali per la loro sopravvivenza, la produzione di cereali non è destinata a sfamare le popolazioni indigene. I kenyoti non sono dei gran consumatori di grano ed è necessario esportare la produzione per ottenere gli introiti in valuta pregiata che servono per ripagare i debiti contratti con la Banca Mondiale stessa.
Il pericolo concreto è che le aree coltivate continuino ad espandersi, strangolando le popolazioni di erbivori all'interno delle aree protette. Lo sfruttamento agricolo e la costruzione di infrastrutture limita gli spazi e gli spostamenti della fauna selvatica all'interno di un ambiente già di per sé estremamente difficile e soggetto a condizioni climatiche spesso estreme, come le gravissime siccità degli ultimi anni.
Se i delicati meccanismi della grande migrazione tra Tanzania e Kenya saltano, sarà l'intero ecosistema del Masai Mara-Serengeti a collassare con conseguenze catastrofiche per la fauna selvatica. I due milioni di gnu dipendono dalla possibilità di effettuare liberamente il viaggio di 2.000km per spostarsi in Kenya quando la Tanzania si secca e non offre più cibo: interferire con questo fenomeno naturale potrebbe costare l'80% della popolazione totale di gnu con tutto quello che ne consegue.
La rozza miopia dello sviluppo economica rappresenta una concreta minaccia. L'uomo ha una esperienza in materia di distruzione ambientale per supportare i propri bisogni, o la propria ingordigia. Poter incassare dollari facili estendendo le produzioni agricoli è una tentazione assai forte, forse troppo forte per essere tenuta a freno dall'idea conservazionista. Solo il reddito derivante dal turismo attratta dalle ricchezze naturali può rappresentare un freno a questa espansione. Ma i turismo stesso è causa di problemi e ridurre il problema della conservazione a una questione economica di comparazione tra la redditività di usi differenti del territorio è estremamente pericoloso.
La conservazione degli ecosistemi dovrebbe essere un valore assoluto e superiore, non commercializzabile e non comparabile con qualsiasi altra forma di reddito. Se se ne fa una questione di prezzo – rende di più il turismo o l'agricoltura? - anche se al momento il primo sembra avere il sopravvento non sarà mai da escludere la possibilità che diverse condizioni economiche possano ribaltare i termini dell'equazione e sancire la fine di interi ecosistemi.
Un esempio lampante di queste dinamiche è costituito dallo sviluppo della produzione di olio di palma in alcuni paesi dell'Asia per o della produzione di canna da zucchero in Brasile. Coltivazioni che avevano un mercato mondiale limitato sono ora diventate delle vere e proprie miniere d'oro a causa delle modificate condizioni sui mercati energetici e delle politiche per lo sviluppo dei biocombustibili, divenendo così una minaccia letale per la sopravvivenza della foresta tropicale e dell'enorme numero di specie che la popolano.
Occorre ridefinire le priorità tra i valori e sancire definitivamente il concetto che nelle condizioni attuali del pianeta la tutela degli ecosistemi superstiti è una priorità e un valore non sacrificabile a nessuno sviluppo, per quanto abbellito da aggettivi quali “sostenibile”, “bialnciato” o “equo”.