Si allunga l'elenco dei Paesi che hanno chiuso la caccia: dopo quelli asiatici ed Europei, anche la Giordania e l'Arabia Saudita chiudono (19/10/05)
I seguaci della caccia col falcone ancora molto praticata negli Emirati arabi del Golfo, quest'anno resteranno a bocca asciutta. La Commissione Nazionale per la Conservazione e lo Sviluppo della Natura (NCWCD ) di Riad ha infatti decretato il divieto assoluto di cacciare volatili durante tutta la stagione venatoria, che si aprirà il 15 novembre prossimo. Il timore - spiega oggi il quotidiano locale 'Arab News' - è che le prede siano veicoli d'infezione e trasmettano all'uomo la temuta influneza aviaria, in arrivo dal sud-est asiatico proprio grazie a otarde e altri uccelli migratori. Interrogato in proposito, il segretario generale della Commissione, Abdul Aziz Abuzinada, ha chiesto ai cacciatori - rigorosamente falconieri, il fucile non è permesso - di ''fare attenzione a qualsiasi comportamento insolito degli uccelli e, se dovvessero accertarne, di avvertire immediatamente la NCWCD, fornendo dettagli precisi sulla zona dove è avvenuto l'avvistamento''.
Abuzinada ha poi affermato che validi esperti - in collaborazione con il Ministero dell'Agricoltura e degli Affari Municipali e Rurali - stanno monitorando la situazione, controllando le aree solitamente visitate dagli uccelli migratori e raccogliendo campioni da far analizzare in laboratorio. Un'altra minaccia, ha sottolineato l'esperto, potrebbe venire dal contrabbando in larga scala di animali selvatici, fra cui anche volatili, possibili portatori della malattia. Un'eventualità che qui conosce un precedente: un mese fa, infatti, le autorità kuwaitiane hanno dovuto abbattere tre falconi, sbarcati all'aeroporto internazionale di Kuwait City dalla Mongolia, ai quali era stata diagnosticata l'influenza aviaria.Per contrastare una possibile epidemia, le autorità hanno anche preparato un piano d'emergenza che prevede la collaborazione dei Ministeri della Salute e dell'Agricoltura con varie istituzioni municipali ma anche private e universitarie. Il piano, puramente precauzionale, include il divieto d'importazione di pollame proveniente dai paesi contagiati, oltre a ispezioni delle fattorie e al monitoraggio degli uccelli migratori. (segue) (Aki) -
La falconeria è una pratica antichissima nata in Estremo Oriente (le prime notizie certe si riferiscono alla Cina del VII° sec. a.C.) e da lì diffusasi nel mondo arabo, grazie alle relazioni commerciali, e in Occidente, portata dalle popolazioni delle steppe asiatiche che invasero l'Europa nell'alto Medioevo (come per esempio gli Unni e i Mongoli). Le due 'scuole', fra le quali quella araba è certamente la più evoluta e raffinata (si deve a questa scuola l'introduzione del cappuccio al falco per tranquillizzarlo), si incontrano durante le Crociate. Nel Medioevo la falconeria raggiunge l'apice e diventa una vera e propria 'istituzione' che caratterizza la società feudale, sia cristiana che islamica, fino al XVII secolo. Avere un falcone è un segno distintivo di grande pregio, tanto che si sviluppa un complesso sistema di leggi e norme che regolano non solo l'addestramento o la caccia, ma anche la rappresentatività sociale che conferisce l'animale stesso: così all'imperatore era destinata l'aquila reale, al re spettava il girifalco, mentre il principe si doveva accontentare del falcone gentile (la femmina del falco pellegrino) e via via a scendere nella scala sociale. Uguale importanza, se non maggiore, riveste questa pratica nel mondo arabo, legata com'è alla cultura del deserto. Un'eredità molto viva e sentita ancora oggi, soprattutto negli Stati del Golfo, i primi al mondo a chiedere all'UNESCO d'inserire la falconeria come patrimonio culturale dell'umanità. Non solo, gli Emirati sono anche stati i primi a dotare i falconi di uno speciale passaporto che contiene informazioni sull'animale e sul proprietario: dal 2002 sono stati registrati almeno 8mila rapaci e il loro numero è in crescita, alimentato dal bracconaggio nei paesi asiatici. E' proprio la passione per la falconeria che che sta alla base del rischio di estinzione in natura di molti rari predatori. Per far fronte a questo è stato lanciato nel 1996 il 'pro-falcon project', un'iniziativa mirata ad ampliare la popolazione naturale dei falconi puntando sull'allevamento in cattività dei rapaci ma da molti accusata di servire solo come copertura per ravviare animali selvatici con la scusa dell'allevamento e il reale fine di acquisire animali per la falconeria: in pratica un progetto per ridurre la popolazione selvatica piuttosto che per aumentarla.