Un traffico bestiale da miliardi di dollari

Dietro il commercio di accessori in pelle di rettili fiorisce un traffico sommerso di specie in via di estinzione. Produce guadagni astronomici e coinvolge la moda del lusso. Un problema particolarmente forte in Italia, principale mercato mondiale delle pelli di rettile a causa del suo ruolo nel mercato della moda (25/01/10)

Una giacca in pelle di pitoneAccessori di lusso in pelle di pitone, coccodrillo e altri animali esotici in via di estinzione. Sono ancora molto diffusi, soprattutto in Italia, patria delle griffe di maggior grido del mondo e paese tra i massimi importatori di pelli di rettili. Un fenomeno, quello del traffico di specie protette destinate all’industria della moda, in netta crescita.

Si tratta di un commercio planetario che coinvolge mercanti senza scrupoli e produce guadagni astronomici. Del resto, nel suo complesso, il giro d’importazione degli animali esotici protetti dalla Convenzione di Washington è più fiorente che mai e si alimenta di un traffico sommerso gestito dalla malavita organizzata.

Il volume d’affari che ruota attorno a questo commercio illegale ammonta a parecchi milioni di euro, tanto da piazzarsi al terzo posto, nell’ambito dei proventi legati ad attività criminose, dopo il traffico di stupefacenti e di armi. In base, poi, ai dati forniti dall’Unep (United Nations Environment Programme), la componente illegale del volume legale del commercio di pelli, va dai 5 e gli 8 miliardi di dollari.

Una realtà inquietante e ancora poco nota all’opinione pubblica. Basta leggere i più recenti casi di cronaca per rendersene conto. Come quello riguardante il sequestro di ben 500 pelli di pregiato pitone reticolato importate illegalmente dalla Malesia, eseguito dalla Sezione Investigativa Cites del Corpo forestale dello Stato.

Materiale destinato a trasformarsi in borse, cinte, portafogli per il prêt à porter di famose griffe del made in Italy, magari ignare di rifornirsi da ditte e commercianti senza scrupoli. Le pelli di pitone reticolato sequestrate erano intere e misuravano ciascuna dai 5 agli 8 metri: se messe in fila avrebbero raggiunto i 3 chilometri di lunghezza. E una pelle di sei metri, acquistata a non più di 100 euro, ne può fruttare oltre 30 mila.

Un paio di stivali in pelle di serpenteL’immissione in mercato della preziosa partita sarebbe avvenuta grazie a una certificazione illegale ottenuta, attraverso una serie di procedure sospette, dalla Malesia, paese di provenienza delle pelli. Se la Forestale non fosse intervenuta in tempo per bloccarne l’immissione nel circuito delle concerie e delle pelletterie italiane, le pelli avrebbero fruttato, in prodotti finiti al dettaglio, fino ai 15 milioni di euro.

Una borsa da donna griffata (Gucci, Prada, Ferragamo ecc.) in vero pitone può essere infatti venduta dai 400 ai 5.000 euro, senza contare portafogli (dai 100 ai 300 euro), cinte (dai 150 ai 200 euro) e altri accessori di lusso.

Altra grande area di provenienza di queste materie prime è l’Africa. Veniva dal Sudan una partita di 2.500 pelli di pitone di Sebe e varano del Nilo sequestrate prima di giungere sul mercato occidentale. E sembra che in Darfur, la regione a ovest del Sudan devastata da anni da una guerra fratricida, i cosiddetti signori della guerra utilizzino i proventi del traffico di specie protette, come l’avorio degli elefanti, per finanziare l’acquisto di armi.

Secondo Massimiliano Rocco, responsabile del Programma Traffic & Timber Trade del WwfItalia: “La maggior parte delle pelli di boidi e rettili che giungono in occidente provengono dall'area del sud-est asiatico. Dal Sudamerica importiamo solitamente solo tegu e anaconda, ovvero poche migliaia di pelli, mentre dall’Africa giungono altre pelli di pitone. L’Indonesia e il Vietnam restano le fonti primarie per animali dichiarati catturati in natura e per animali dichiarati nati in cattività.”

In realtà - sottolinea Rocco – molti allevamenti all’apparenza legali di specie protette, soprattutto in Asia e in particolare in Vietnam, coprono il traffico di esemplari di rettili catturati invece in natura. Visto che l’Italia è il primo mercato al mondo nel commercio di pelli di rettile - conclude il rappresentante del Wwf Italia - sarebbe auspicabile una responsabilizzazione del nostro Paese nel collaborare con quelli tropicali per promuovere adeguati piani di gestione di queste specie protette”.

Nel frattempo in Italia il Servizio Cites della Forestale vigila costantemente per porre un freno al commercio illegale di specie in via di estinzione attraverso una stretta collaborazione con dogane e Interpol.

Con quali mezzi e strategie ce lo racconta Marco Fiori, rappresentante del Servizio Cites Centrale del Corpo forestale dello Stato: “Per sconfiggere questo traffico - spiega - bisogna rendere più efficace il meccanismo della certificazione dei controlli alle dogane e intensificare l’attività di intelligence dei vari Servizi Cites dei paesi interessati. Ogni volta che individuiamo un carico illegale - prosegue - coinvolgiamo nelle indagini i nostri colleghi della Cites internazionale attraverso l’ecomessage, un sistema tecnologico all’avanguardia targato Interpol, in funzione da una decina d’anni solo per i reati riguardanti flora e fauna protette. L’ecomessage consente di diramare la notizia in tempo reale e ottenere preziose informazioni d’intelligence direttamente dai paesi interessati”.

Pelli di serpenteMa come mai l’indotto della moda finisce per ricorrere così spesso, sia pure inconsapevolmente, a questo commercio illecito? “Le partite illegali di queste pelli pregiate – racconta Fiori - finiscono in maniera massiccia nell’indotto della moda legale grazie all’utilizzo di falsi certificati Cites. Cosa che avviene soprattutto con pelli di rettili particolarmente ricercate dal mercato della moda francese e italiana come varano del Nilo e pitone delle rocce africane. Del resto - conclude l’investigatore - comprare partite di pelli senza passare dagli esportatori regolari dei paesi d’origine significa avere un margine di guadagno enorme”.

E le potenti associazioni di conciatori e pellettieri italiane come si pongono di fronte a questo fenomeno? In realtà sono o dovrebbero essere le prime interessate alla garanzia del made in Italy nella filiera internazionale. Scandali del genere, infatti, oltre a esercitare concorrenza sleale nei confronti di chi la legge la rispetta, danneggiano il marchio italiano nel mondo in un momento storico e culturale in cui cresce l’attenzione dell’opinione pubblica, e quindi anche dei consumatori, per la tutela dell’ambiente e per il rispetto della biodiversità.

(di Silvia Gambirasi, fonte: Newsletter CFS)

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