Riportiamo un recente articolo a firma di Sunita Narain del Centre for Science and Environment, India. Un documento spietato e triste circa la conservazione della tigre nel proprio paese (07/04/10)
"Sono rimaste solo 1.411 tigri” è lo slogan, assai efficace, utilizzato da una campagna informativa in India dal WWF in collaborazione con un’azienda di telecomunicazioni. Una cifra scarna che è un atto di denuncia e non si spinge a dire cosa si potrebbe fare per capovolgere quella che è una situazione evidentemente drammatica.
Non lo fa perche’ non lo si puo’ fare. La scomoda verita’ è che l’India, cosi’ come è, non puo’ avere una popolazione di tigri superiore quella esistente a meno che non modifichi radicalmente la propria politica di conservazione. Anzi, è stupefacente che abbia ancora cosi’ tante tigri.
La spiegazione è semplice. Le tigri sono fortemente territoriali. Quando un maschio cresce, deve trovarsi il proprio territorio: o lo fa a spese di un adulto, o deve spostarsi e occupare un territorio libero. Ma dove in un paese la cui popolazione e le cui attivita’ occupano sempre di piu’ qualsiasi angolo? Dato che il territorio protetto disponibile per le tigri in India è di circa 17.000 kmq e ogni tigre ha bisogno di un territorio di circa 10 kmq, basta fare una semplice divisione per vedere che la “portanza” del territorio disponibile è orami raggiunta. Di piu’ non ce ne stanno.
Le aree protette sono in costante conflitto con la popolazione locale. I parchi proteggono i predatori, che predano il bestiame ai margini delle aree protette, e gli erbivori, che escono a razziare i raccolti. Sono spazi che contengono risorse a cui la popolazione locale non puo’ legalmente accedere. I vantaggi per gli abitanti della zona sono minimi (ricadute del turismo), mentre gli svantaggi percepiti notevoli. Non ci si guadagna nulla dal vivere accanto al territorio delle tigri e decisamente non si vogliono tigri tra i piedi nelle aree non protette. Ne hanno fatto letale esperienza i due giovani di tigre appena avvelenati alle porte del parco di Ranthambore.
Da questa guerra non ci guadagna nessuno: occorre fare la pace tra le tigri, che hanno bisogno di spazio, e le popolazioni locali, che devono derivarne dei benefici. Occorre trovare un modo per coesistere.
Negli anni passati circolava spesso la favola delle tigri che viveano fuori dalle aree protette. Nel 2001 i dati ufficiali erano di 1.500 tigri dentro e 2.000 fuori. Quando si è deciso di passare a delle tecniche di censimento piu’ precise, nel 2005, il numero delle tigri nelle riserve è stato stimato tra 1.165 e 1.657 (coerente col dato precedente), mentre le tigri al di fuori delle aree protette somo “sparite”. È stato questo a lanciare l’allarme, ma nella realta’ la situazione era gia’ drammatica prima: i nuovi metodi di censimento hanno solo rimosso delle “tigri di carta”.
Il bracconaggio è ovviamente un problema cruciale, perche’ va a colpire le tigri anche dove dovrebbero essere protette, ma la grossa crisi dei numeri della tigre non dipende dal bracconaggio. È l’intera politica di conservazione che deve essere ripensata.
La politica attuale garantisce che chi vive in un territorio adiacente a una riserva non riceva alcun beneficio. Nel corso degli anni la deforestazione ha circondato le aree protette e i contadini si inoltrano sempre piu’ spesso in queste aree. Mentre le mucche si spingono a brucare nella foresta, gli erbivori selvatici ne escono per mangiare nei campi coltivati. E la tigre trova che predare un animale domestico (mucca, bufalo, capra) sia enormemente piu’ facile che predare un animale selvatico, piu’ forte, veloce, esperto e diffidente.
In questo modo il conflitto è crescente. In certe aree si è alla guerra aperta, coi contadini che devono proteggere i propri campi notte e giorno dalle incursioni degli animali selvatici.
Occorre prendere atto di questa realta’ se si vuole efficacemente tutelare la tigre. Un primo passo deve essere quello di rimborsare i danni causati dalla fauna selvatica in maniera veloce e generosa. Al momento questo non succede affatto.
In secondo luogo occorre investire in queste aree per migliorare la vita degli abitanti: questi devono convincersi che è vantaggioso avere come vicina una tigre. Scuole, ospedali, alternative di lavoro: la protezione della fauna selvatica deve essere un vettore di benessere e diventare quindi preziosa agli occhi della gente.
In terzo luogo, è fondamentale che le comunita’ locali siano partecipi dirette dei vantaggi della conservazione: devono essere partners, proprietari o comunque beneficiari dei flussi turistici resi possibili dalla presenza di aree protette.
Con questi provvedimenti si potrebbe garantire il futuro delle nostre 1.411 tigri e molte di piu’. Senza questo cambiamento di politica, le campagne di sensibilizzazione e gli appelli restano solo frasi gettate al vento.