Si ripropone la vendita dell’avorio

Dal 13 al 15 marzo a Doha la CITES discuterà della richiesta del governo della Tanzania di riaprire, anche se parzialmente, il mercato dell'avorio. Una proposta assurda che segue il tragico precedente dell’autorizzazione concessa dalla CITES ad alcuni stati dell’Africa del Sud. Per fortuna esiste un blocco di paesi africani pronti a tutelare con decisione gli elefanti, guidato dal Kenya (12/03/10)

La proposta non ha senso, riprende un precedente che ha dimostrato di avere avuto effetti devastanti e anche dal punto di vista economico e’ una sacrosanta idiozia.

Non ha senso perche’ le popolazioni di elefanti sono in costante declino in Tanzania, cosi’ come in moltissimi altri paesi africani. Si sa, ad esempio, che nel 2006 c'erano 74.000 elefanti nel Selous, 45 mila chilometri quadrati, uno dei parchi del Sud della Tanzania considerato scenograficamente il più bello. Un territorio disabitato senza tracce umane, dove abitano circa 750.000 mammiferi.

Elefante macellato per togliere le zanneNel 2009 di elefanti ne sarebbero rimasti circa 40.000, secondo il direttore del Wildlife Division, Erasmus Tarimo, a capo dell'ente preposto alla tutela e salvaguardia della flora e della fauna, che agisce sotto le dipendenze del ministero dall'Ambiente e del Turismo. Dunque, in soli 4 anni, al contrario di quanto affermano i documenti ufficiali del governo tanzaniano, inviati al Cites (che parlano di crescita della popolazione dei pachidermi di 5% annuo) all'appello mancherebbero in realtà più di 30.000 elefanti. Una diminuzione media del 20%.  E del 42% solo nella riserva del Selous.

Il precedente permesso alla vendita di uno stock di avorio era stato concesso dalla CITES a quattro paesi dell’Africa meridionale i quali avevano intascato un po’ di milioni di dollari da compratori orientali. L’avorio proveniva da animali morti di morte naturale o era stato recuperato dalle forze di polizia nel corso degli anni e la sua messa in commercio avrebbe dovuto essere “blindata” da grandi misure di sicurezza.

Il vero problema è che l’avorio “buono” della vendita legale e quello “cattivo”, derivato dal bracconaggio, sono indistinguibili, specie se commerciati tra paesi africani e asiatici, dove la mancanza di controlli, la facilita’ con cui si compra qualunque certificazione, qualunque funzionario e qualunque poliziotto è arcinota. Non a caso secondo molti esperti la vendita dell’avorio avendo messo in circolo del prodotto “legale” ha fatto crescere esponenzialmente  il bracconaggio – come dimostra l’enorme numero di sequestri nel 2009; di fatto l’avorio “legale” ha aperto una breccia nel divieto generale attraverso cui è passato di tutto.

Ripetere l’esercizio non fara’ altro che aprire ancora di piu’ la breccia in un muro di protezione che semmai andrebbe rinforzato. Lo stesso governo tanzaniano ammette che c'è un problema di bracconaggio e lo fa per bocca di un primo segretario del ministero, il quale - in un'intervista al quotidiano Majira - dice che la situazione è grave e che non ci sono controlli alle dogane, perché la polizia è corrotta e fa passare i container carichi di avorio. Ma aggiunge che adesso la nuova strategia del governo è quello di chiedere nuove risorse per combattere il bracconaggio. E noi tutti gli crediamo. Intanto dalla Tanzania è certa la partenza di tonnellate di avorio verso numerosi porti asiatici, come Haiphong, in Vietnam, o Manila nelle Filippine, per un totale di 14.380 chili.

Avorio sequestratoInfine è un’idiozia economica. Considerando il prezzo medio dell'avorio, venduto nelle precedenti aste, le 90 tonnellate di cui si vorrebbe autorizzare la vendita porterebbero a un ricavato di circa 14-15 milioni di dollari. La proposta prevede che nessuna ulteriore richiesta di vendere avorio sarà fatta per altri 6 anni, quindi 15 milioni di dollari diviso 6 anni, fa 2.5 milioni, che il governo metterebbe a disposizione della conservazione dei parchi.

Ora è evidente a tutti come il turismo, solamente tramite il pagamento per l'ingresso nei parchi o nelle riserve, porta all'erario circa 80 milioni di dollari all'anno. Il business del turismo rappresenta il 17% del PIL del paese (considerando che il 45% circa è rappresentato da aiuti internazionali) per un valore di circa 3 miliardi di dollari l'anno. Si capisce così che il ricavato dalla vendita dell'avorio rappresenta lo 0,01% di quello che il turismo rappresenta per il paese.

Non è un caso che l'associazione alberghiera è fermamente contraria alla decisione del governo di chiedere una riapertura del mercato, in quanto - da un lato - danneggia l'immagine del paese e - dall'altro - il bracconaggio rischia di minare la prima industria del paese, cioè il turismo. La Tanzania vive sui safari fotografici, che fissano con i loro clic una natura incredibilmente bella e ricca.

C'è una proposta avallata da altri 16 paesi africani, in testa il Kenya, Mali, Etiopia, Nigeria, Senegal e paesi della costa occidentale, che proprio per scongiurare il dramma del bracconaggio (nell'Africa occidentale gli elefanti sono ormai scomparsi) chiede invece una moratoria di 20 anni sul commercio dell'avorio. Ma c'è anche un asse composto da sei paesi africani (Sudafrica, Namibia, Botswana, Zimbabwe, Tanzania e Zambia) che chiede di riaprire i giochi del mercato dell'avorio.

Cimitero di elefantiQuesta del floridissimo mercato dell'avorio e del bracconaggio a esso collegato è una storia vecchia. Che comincia in Africa negli anni '60-'70, anche se fu soprattutto nel decennio successivo che la popolazione di elefanti cominciò a essere decimata. Uno sterminio in tutta l'Africa e in Tanzania in particolare, con centinaia di migliaia di animali decapitati per ricavare avorio, in un momento in cui in Europa e in America il prezioso materiale faceva furore nella moda.

Nel 1989 si arrivò al bando totale del commercio e da allora la popolazione di elefanti, in tutta l'Africa, ebbe una netta ripresa, al punto che in Tanzania raddoppiò e il bracconaggio sembrò pressoché scomparso. Nel 1997 il Sudafrica chiese il permesso al Cites (Conference for International Trade on Endangered Species) di vendere al Giappone l'avorio che aveva stoccato. Così da quell'anno nelle vetrine di Tokyo si ricominciò a rivedere avorio legalmente in vendita. Furono le prime scintille che rimisero in moto un meccanismo di dimensioni mondiali, che non poteva sottrarsi a una delle leggi fondamentali dell'economia, per cui dal momento che un prodotto viene immesso sul mercato la domanda comincia a salire. Ma siccome le quantità di avorio "legale" disponibile erano limitate, dal 1997 in poi il bracconaggio ha ricominciato a diffondersi in tutta l'Africa.

Nel 2002 altri paesi dell'Africa meridionale chiesero e ottennnero il permesso di vendere i loro stock di avorio, provenienti da animali morti per cause naturali. Nessuno obiettò, ma ci si accorso subito dopo che l'immettere sul mercato piccole quantità di una merce molto pregiata significava riaccendere una domanda che non poteva essere soddisfatta solo con avorio proveniente da animali morti per cause naturali. Quindi... Nel 2006 la Tanzania aveva già provato a richiedere al Cites di poter vendere il proprio avorio, ma poi ritirò la richiesta a causa di alcuni scandali interni, che collegavano la Wildlife Division a episodi di bracconaggio, tanto per ricordarci di che gente stiamo parlando.

La sorte degli elefanti tanzaniani - ma a questo punto anche quelli di altre aree del continente - è oggi piu’ che mai minacciata. La perdita e la frammentazione degli habitat a causa della crescita della popolazione africana è un problema grave. Ma ancor piu’ gravi sono i mutamenti climatici. La durissima siccita’ di cui sono state recentemente vittime paesi come il Kenya ha fatto strage di animali. Il bracconaggio alimenta le guerre civili e le bande di tutti i paesi: la sua gestione si è professionalizzata – come ha riportato recentemente TutelaFauna – passando nelle mani di organizzazioni criminali internazionali che assoldano le soldataglie dei vari capi banda locali (se non addirittura corrompono direttamente gli ufficiali per usare l’esercito!).

Prodotti in avorioI mercati principali dell'avorio sono quelli orientali, Cina in testa. Mercati dove i ricchi aumentano e pretendono merci piu' "preziose" e dove non esiste nessuna coscienza o sensibilita' ambientale, per cui anche dal punto di vista etico non si capisce quale sia il problema a comprarsi qualcoas che ci si puo' permettere. Tanto gli elefanti in Cina non si son mai visti, se spariscono all'Africa come ce ne si fa ad accorgere?

Di fronte a questa situazione è chiaramente demenziale pensare di aprire le porte al commercio. Speriamo che la CITES, sempre piu’ confrontata da gravissime emergenze (tanto per citarne alcune, tonno rosso, squali, orso polare) a causa del costante aumento dei tassi di estinzione riesca a contenere questo ennesimo assalto.

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