La battuta dell’Amleto di Shakespeare va a pennello per descrivere il colossale fiasco della Conferenza sul clima di Copenhagen. Data l’importanza dell’argomento, per una volta TF esce dai propri tradizionali temi e si occupa di clima, elemento essenziale per la tutela della fauna a livello globale (22/12/09)
Ma cosa è successo a Copenhagen? Solo un folle poteva pensare che riunendo 192 paesi in una sala conferenze ne poteva uscire un accordo. Qualcuno sperava forse la realta’ fosse la sceneggiatura di un film americano, dove di fronte all’imminente catastrofe i capi di 192 paesi si commuovono, si abbracciano e decidono di mettere da parte tutti i propri interessi in nome di un obiettivo comune, salvando cosi’ il pianeta. Spiacenti, ma la realta’ della politica non è scritta dagli sceneggiatori di “4 luglio”. Lo ha esemplificato perfettamente la Cina, che appena arrivata ha dichiarato “Noi abbiamo gia’ preso le nostre decisioni e non sono negoziabili.”
La Conferenza voleva essere una sorta di show mediatico, con tutti i protagonisti impegnati a farsi vedere coralmente impegnati sul tema, ma aveva pochissime chance di successo. Queste conferenze potrebbero funzionare se esistesse gia’ un accordo, magari da limare in qualche dettaglio. Allora la partecipazione di cosi’ tanti paesi avrebbe senso: arrivano, fanno una dichiarazione di circostanza (di solito assumendosi i meriti del risultato!), firmano l’accordo, fanno una foto ricordo e tornano tutti a casa, felici e contenti. Ma arrivare con posizioni diverse, trascinarle per due settimane e sperare di sistemare tutto in una notte quando arrivano i veri pezzi grossi è a dir poco infantile.
Purtroppo questo desiderio mediatico di dare un segnale forte si è ritorto contro gli organizzatori della kermesse. Imbarazzante richiamare tutti i riflettori del mondo, creare l’aspettativa e poi non concludere assolutamente nulla. I casi sono due. O era davvero un appuntamento storico, ed allora è stato un fallimento storico. O non era un evento storico, e allora perche’ tanto rumore?
La Conferenza è stato un fiasco epocale che si è concluso senza alcun accordo negoziato e vincolante, ne’ in prospettiva 2020 (medio termine) ne’ 2050 (lungo termine). I negoziati proseguiranno nel 2010 in vista del prossimo incontro a Citta’ del Messico alla fine dell’anno prossimo ma non si capisce perche’, se Copenhagen è fallita dopo due anni di trattative, Citta’ del Messico dovrebbe avere successo dopo un anno aggiuntivo di tira e molla? I problemi che hanno silurato Copenhagen non saranno diversi nel 2010.
Da una parte i paesi sviluppati chiedono impegni a quelli in via di sviluppo a forte crescita (Cina, India, Brasile). Questi rispondono che non vogliono sacrificare il proprio sviluppo in nome dei mutamenti climatici che sono sostanzialmente responsabilita’ dei paesi sviluppati, i quali devono pagare il prezzo maggiore. I paesi piu’ poveri lamentano di essere vittime dei mutamenti climatici senza averne la benche’ minima responsabilita’ e chiedono che il prezzo – puramente monetario – sia pagato da chi ha i mezzi. Chi ha i mezzi è nel pieno della piu’ grande crisi economica dagli anni ’30 e non intende contribuire piu’ del minimo. Cosa ci sara’ di diverso nel 2010? Nulla. Al massimo che la crisi economica avra’ ceduto il passo a una lenta e fragile ripresa.
L’unica cosa che si cerca di vendere come “risultato” è il cosiddetto Accordo di Copenhagen (in allegato la bozza approvata) firmato dai maggiori produttori di emissioni di gas serra tra cui Unione europea, USA, Giappone, Cina e India. Qualcuno si è lamentato del modo in cui questo accordo è stato raggiunto: una bozza predisposta dai “grandi”, circolata alle tre di notte dell’ultimo giorno (in realta’ dopo la scadenza prevista della Conferenza, in un disperato tentativo di non uscirne a mani vuote), “prendere o lasciare” senza poterla discutere. Non è sorprendente che la Conferenza l’abbia liquidata con la formula “prendiamo nota che c’è questo accordo”, che in linguaggio diplomatico è una sberla in faccia. D'altra parte e' ovvio che chi ha le carte in mano faccia il gioco e gli altri le comparse: che voce in capitolo volevano seriamente avere Palau, Lesotho o Benin?
L’Accordo non è legalmente vincolante, il che significa che se uno non lo rispetta nella peggiore delle ipotesi fa brutta figura. Ribadisce l’impegno a non fare salire la temperatura media del pianeta oltre i 2 gradi (gia’ stabilito dall G8 de L’Aquila) – ma senza stabilire come questo obiettivo dovrebbe essere perseguito – e prevede il pagamento tra il 2010 e il 2012 di 30 miliardi di dollari hai paesi meno sviluppati per aiutarli a combattere i mutamenti climatici. A questo fondo l’Unione europea contribuira’ con 3,5 miliardi di dollari.
I firmatari si sono impegnati a comunicare entro la fine di gennaio al segretariato dell’UNFCCC i loro obiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2020, indicandone la misura e l’anno di riferimento. Qualsiasi attivita’ di controllo relativa al raggiungimento di tali obiettivi è strettamente nazionale: una “autocertificazione” che impedisce qualsiasi trasparenza.
Nell’Accordo non ci sono obiettivi quantitativi per affrontare e combattere i mutamenti climatici. Non c’è accordo sull’obiettivo di una riduzione del 50% delle emissioni entro il 2050. Non c’è un accordo sul fatto che le emissioni debbano avere un picco tra il 2015 e il 2020 e quindi iniziare a diminuire. Eppure secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) entrambi questi obiettivi sono indispensabili per stabilizzare la concentrazione dei gas a effetto serra a 450ppm per evitare un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto all;esra preindustriale, in modo da evitare catastrofiche conseguenze.
COP15, come era chiamata tecnicamente la Conferenza, puo’ quindi essere qualificato come un completo fallimento cui tutti hanno partecipato portando i propri problemi come unico ed esclusivo punto di riferimento. Nessuno ha saputo e voluto guardare al quadro globale.
I paesi industrializzati volevano impegni dai loro concorrenti piu’ temibili ed erano disposti ad assumersene solo a condizione di non pregiudicare le proprie economie, dando una mancia ai paesi piu’ poveri perche’ si dicessero d’accordo.
I paesi in forte sviluppo non volevano cedere un millimetro del proprio sviluppo, ma scaricare sui paesi industrializzati qualsiasi impegno vincolante, accettando di contribuire a finanziare i piu’ poveri.
I piu’ poveri volevano soldi e impegni precisi, ma come è ovvio i piu’ poveri al massimo fanno numero, ma non hanno certo voce in capitolo, e potevano solo sperare di accontentarsi di quello che passava il convento. Ovvero poco dell'uno e niente dell'altro.
Nessuno al contrario si è curato di quello che era l’obiettivo e l’allarme generale e degli avvertimenti del mondo scientifico.
L’Europa è stata l’unica a presentarsi con una norma vincolante e impegni specifici. Potranno essere ritenuti insufficienti, ma sono molto di piu’ di quello che ha fatto qualsiasi altro paese al mondo. La Conferenza non è neanche riuscita a scalfire il divario tra la posizione europea e quella degli altri paesi che ancora beccheggiano tra il non far niente, il promettere impegni vaghi o minimi (come gli USA) se non addirittura resuscitare il fantasma del “non ci sono cambiamenti climatici e se ci sono non sono causati dall’uomo” (la Russia).
La stessa Cina è arrivata sostenendo che i suoi scienziati, stipendiati dal partito e ossequiosi all’obiettivo supremo della crescita economica, ”non hanno trovato prove di una solida relazione scientifica tra aumento delle temperature e concentrazioni di CO2” e che quantomeno “nessuno scienziato ha ancora fornito una misura precisa di quanto dipende dalla concentrazione della CO2 e di quanto invece dipende dall’attivita’ solare e dall’avvicendarsi delle epoche glaciali.”
Sembra quasi di sentire gli "scettici", quelli che hanno cercato di montare lo scandalo del "Climate-gate" guidati da fini intellettuali del calibro di Sarah Palin che ha invocato addirittura il boicottaggio della conferenza.
Greenpeace ha giustamente parlato di Copenhagen come di una “scena del crimine”. Obama, su cui si erano concentrate improbabili speranze, ha fatto finta di fare un accordo ed è sparito, ma ha avuto almeno il buon gusto di non cercare di venderlo come un grande successo. L’Europa è rimasta “cornuta e mazziata” (l'unica che si e' presentata con impegni precisi e che non ha ottenuto dagli altri paesi assolutamente nulla!), ma puo’ essere moralmente soddisfatta almeno d'essere un posto piu’ civile e responsabile di molti altri su questo pianeta. I paesi piu’ poveri, e spesso piu’ minacciati, speravano in impegni concreti e soldi a disposizione, ma hanno avuto zero dei primi e pochi dei secondi. Cina e India tornano a casa soddisfatte del non accordo: non volevano impegni di nessun tipo, e li hanno ottenuti. Sono loro i veri vincitori di Copenhagen.
Il vero sconfitto è il pianeta e il clima estremo di questi ultimi giorni sembra proprio volercelo ricordare. Se qualcuno pensava che non assumere impegni significava risparmiarsi problemi e denari, ha l’ennesima prova che il mutamento climatico è sempre li’ e costa, costa dannatamente caro.